Dal passato per il futuro


Notizie Storiche

Anche se difformi sono i pareri dei vari storici greci, latini e italici, come pure dei vari studiosi e cultori di storia patria, sull’epoca e sul sito della primissima città di Mazzarino, essa certamente, venne edificata in uno dei monti appartenenti al suo vasto territorio.Prima di parlare dell’attuale sito della Città è opportuno richiamare i luoghi ove essa risiedette nelle varie epoche preistoriche e storiche. Attraverso i vasi di terracotta, le giare, le anfore, i vari cocci, i corredi funerari, rinvenuti nelle diverse contrade del territorio di Mazzarino :Bubbonia, Sofiana, Alzacuda, Ficari, Portella Tagliata, e Lavanca Nera e poi Giblì, Favara, Castelluccio, Salamone ecc. come del resto in tutta la Sicilia, provenienti da necropoli o da acropoli sicane e sicule, si ha la certezza che i primissimi insediamenti del luogo sono di origine sicano-sicula, risalenti al 1200-1000 A.C. o ad epoca anche anteriore. Nell’arco dei secoli, nelle diverse dominazioni, anche il nome della città cambiò quasi sempre. La prima, di cui abbiamo memoria, risalente a tremila anni fa circa, fu:

Hibla Minore o Erea (Epoca Sicana-Sicu la, 12 00-1000 a. C.)

Nell’anno 1900 Pietro Giorgio Ingala nel suo testo Ricerche e considerazioni storiche sull’antichissima città di Mazzarino sostiene che Ibla Minore di origine sicula sia stata la primissima Mazzarino, rifacendosi a quando scrive al par. 155 del libro V110 Erodoto nelle sue Storie; anche se a parere di molti critici storici, l’Ingala sia incorso nell’errore di porre Ibla Minore, per omofonia, sul monte Gibli, due chilometri ad ovest dall’attuale Mazzarino; sede in Gibli, in epoca successiva della greca Mazaris Dia o Mazaridia. L’Ingala, a conforto della sua tesi su Ibla, primo sito, cita anche il Cluverio e l’Arezio; infatti al 2° Comma di pag. 14 del suo testo sopra citato dice: «Alcuni scrittori accreditatissimi, con Cluverio e con Arezio sono di opinione che sull’Ibla minore fosse stata posta e riedificata l’antica città Mactorium». Lo storico P. Benedetto Candioto (1755) a pag. 20 del libro ~ dei suoi Saggi Storici di Sicilia scrive: «Correndo l’Olimpiade 71° (516 A.C.) venne ad Ippocrate, tiranno di Gela, l’idea di conquistare una delle tre Ible, detta Erea o Ibla Minore, perciò la cinse di forte assedio, ma sopravvenutogli un gravissimo morbo, o secondo altri ferito mortalmente nell’assedio stesso, finì i suoi giorni, lasciando tutore dei suoi piccoli figli, Gelone principale suo Duce».Sulla morte di Ippocrate, secondo tiranno di Gela, nel Compendio di Storia di Sicilia degli scrittori Marzo e Ferro si legge:«Questo ito ad assediare Ibla Erea, mentre ne sperava l’acquisto fu ucciso sotto le mura per mano dei Sicoli nel 491 A. C., cioè dopo diversi anni di assedio». D’altra parte del 1° 2° 3° 4° periodo siculo sono i reperti archeologici rinvenuti nelle varie parti del territorio mazzarinese e principalmente quelli emersi nelle varie campagne di scavo avvenute dall’anno 1900 all’anno 1976 a Monte Bubbonia, a Sofiana, a Lavanca Nera (Ficari), oltre a quelli trafugati dai vari tombaroli e scavatori di frodo.Alla morte di Ippocrate, Gelone, comandante della cavalleria di Ippocrate, e discendente, come gerofante, da Teline, (da Telos fondatore di Gela assieme ad Antifemo da Creta e Entimo da Rodi) divenne il terzo tiranno di Gela, (491 a. C.) e, per continuare l’espansione del suo regno e vendicare la morte del suo predecessore Ippocrate, distrusse Ibla mentre i superstiti si rifugiarono nelle colline circostanti e sui monti dell’interno, dando vita a nuovi insediamenti. Se quanto sostenuto dagli storici Cluverio ed Arezio corrisponde a verità e cioè che «sull’Ibla Minore fosse stata posta e riedificata l’antica città di Mactorium» il sito potrebbe identificarsi con quello di Monte Bubbonia; dal momento che dopo le campagne di scavo condotte prima da Paolo Orsi, poi da Dino Adamesteanu ed infine da Domenico Pancucci a Monte Bubbonia, è opinione comune che quell’anonima città sia stata tanto la Maktonon greca quanto la Mactorium romana. Anche se recentemente il Prof. G. Testa, nella sua opera Riesi nella storta, a pag. 34, sostiene che Mactorium, Motjon ecc. piccoli centri più antichi non sono da identificare con Ibla Erea, ma una «pluralità di borghi intorno ad Ibla Geleate o Erea, centro assai importante».

Mactar (Epoca Fenicia)

Le fonti storiche ci dicono che ancor prima che l’isola venisse conquistata dai Greci fu occupata dai Fenici, che la chiamarono Triocola.Tra l’altro Tucidide ci fa sapere che i Fenici vennero in Sicilia occupando la parte orientale, ove fondarono Panchino, fattorie e basi commerciali e che al sopraggiungere dei Greci Dorici (Lindei: rodio-cretesi) e Corinzi, dovettero ritirarsi in una parte della Sicilia occidentale, dove avevano fondato Ziz (Panormo), Solunto, Motja, Eraclea Minoa.Per questa ragione il cultore di storia patria P. Pio La Scala da Mazzarino, lettore cappuccino, nella sua opera intitolata Il Servo di Dio P. Ludovico da Mazzarino, (Ed. Arte del libro, Caltanissetta, 1935) alla nota i di pag. 2, pur non volendo disquisire in quella occasione, sulla sua città, l’antica Mactorium dei latini, egli afferma che: «Dopo lunghi studi fatti dall’autore di questa bibliografia in Roma ed a Bologna col Prof. Alfredo Trombetti, forse il primo poliglotta d’Italia, si è trovato che « Mactorium nel sud della Sicilia, presso Gela, è Mactar, Radqatar profumare qtrt in fenicio significa profumo, incenso. A BlochPhoenicisches glossar-F. Ma prefisso di luoghi. Era Mactorium adunque luogo di fioritura e di grato profumo di origine fenicia e non greca».Quanto al sito di Mactar (dal momento che i Fenici per le loro basi commerciali e per le loro stazioni di sosta sceglievano le alture, le rupi inaccessibili, i Mazurah, in fenicio) diciamo che probabilmente il sito sia stato quello di Monte Bubbonia, dove preesisteva un insediamento indigeno. Questo monte per la buona posizione strategica e per la vicinanza al mare di Gela, era tale da consentire l’allacciamento del Mediterraneo orientale con l’estremità occidentale dell’Europa.Allora i Fenici assieme ai dispersi di Ibla Erea si presume che abbiano ricostruito o ampliato quel centro sicano-siculo dando vita a Mactar.Su Mactar, purtroppo, almeno per adesso, non ci è dato altro conoscere.

Maktorion (Epoca Greca, 670 circa - 405 a. C.)

Mentre alcuni storici vorrebbero fare derivare il suo nome da mactare, cioè sacrificare, immolare, per i sacrifici di animali ed anche umani che venivano offerti alle divinità di allora Demetra, Kore e Persefone, (i cui resti dei templi sono stati individuati nel territorio di Gela e nell’anaktorion dell’acropoli di M. Bubbonia) altri, tra cui P. Pio La Sala Cappuccino, e ci pare più logico, per omofonia, lo fanno derivare da precedente nome e cioè da Mactar fenicio.Questa tesi trova sostegno, in tempi più recenti, in Piero Orlandini, il quale nell’opera L’Espansione di Gela nella Sicilia centro-meridionale (Kokalos VIII, pag. 77), scrive: «Sappiamo da Stefano Bizantino, che nel primo libro di Filisto, fonte per noi di primo ordine, si parlava di Maktonon, che fu una città fondata dai coloni di Gela sulle montagne a nord della città probabilmente nel sito di una precedente città indigena di cui conservò il nome».Le Campagne di scavi su Monte Bubbonia, (la Muntagna a Città, così chiamata dalle persone più anziane della nostra città e dei nostri centri viciniori) furono condotte per prima, dal 1904 al 1906, dall’archeologo roveretano Paolo Orsi e descritte nei taccuini dello Stesso, pubblicati dall’Archivio Storico Siracusano Ed. 1972-73. Altri scavi nel 1955 furono condotti dall’archeologo rumeno Dino Adamesteanu e descritti in molte sue opere, tra cui Rapporta tra greci e indigeni alla luce delle nuove scoperte in Sicilia. Infine altre campagne di scavo sono state dirette dal dott. Pancucci della Sopraintendenza per l’Antichità di Agrigento, dal 1970 al 1976, e descritte in Monte J3ubbonia in Magna Grecia, Monte Bubbonia, scavi nella necropoli ecc. Tutti gli scavi di Orsi, Ademesteanu e Pancucci hanno unanimamente avvalorato l’ipotesi che il grosso centro, prima indigeno e dopo greco, ancora anonimo, sia da identificare nella ricercata Maktorion greca per le seguenti ragioni:L’intervento di P. Orsi del 1905 vi aveva riconosciuto una «polis ateichistos» di carattere greco ed in particolare gelo, documentato dai tipi vascolari alle tecniche murarie, dalle 35 sepolture circolari a forma di «tholos» ai corredi funerari indigeni e greci della fine del VI sec. A.C., oltre ai due grandi edifici «Anaktoron» di cui uno sulla sommità del monte di m. 50 x 7,50 e l’altro alle pendici di esso e, infine un lungo muro di fortificazione, che attraversando il monte da Nord a Sud, divideva la città in due parti isolandone l’acropoli.D. Adamesteanu, nel 1955, nel volere approfondire la problematica dei rapporti politici, economici e culturali intercorsi tra le popolazioni indigene di Sicilia e i coloni greci dorici e corinzi, riprendendo gli scavi a M. Bubbonia con la tecnica della fotografia aerea, individuò nell’acropli del monte un muro di fortificazione, successivo alla prima edificazione, lungo m. 5045, databile al VI0 sec. a.c. come pure evidenziò il tracciato urbanistico di quella città divisa da una serie di strade parallele tra loro ed orientate nel senso Nord-Sud.Inoltre, l’ampliamento e l’approfondimento dello scavo nell’acropoli permise ad Adamesteanu di affermare che l’Anaktoron dell’acropoli era sorto prima come sacello (tempietto della divinità protettrice) nel VI0 sec. a. C. e successivamente, data la sovrapposizione di blocchi di pietra arenaria, trasformato in casermetta, (presidio militare) nell’età di Agatoche (IV sec. A.C.).Nell’altro Anaktoron posto sulle pendici l’Adamesteanu identificò una fattoria arcaica.Nel 1970, il dott. Domenico Pancucci, riprendendo le campagne di scavo, nel costone situato a metà del monte, potè individuare tre sepolture a camera, orientate verso nord, servite da una strada di accesso incassata nel costone del monte, con ambiente di forma rettangolare, collegato da uno stretto «dromos» alla camera sepolcrale di rn 2 x 4.In dette sepolture stavano i resti di più cadaveri e un corredo funerario costituito da poco più o poco meno di 100 oggetti in ceramica del tipo Licodia, grosse anfore e ciotole monoansate, coppe ioniche, diversi «Skyphoi e kothones» corinzi di importazione o di imitazione, aJcuni «Lekythos» di tipo attico ed oggetti d’ornamento personale (pettinini, collieri ecc.).Tra gli oggetti un pugnale indigeno, con impugnatura in osso e decorata con chiodini sovradipinti con vernice nera.La campagna di scavo del 1971, a m. 250 più a valle della precedente campagna, diede alla luce n. 23 sepolture a camera, mentre in un sarcofago di argilla fu ritrovato diverso materiale votivo, come mascherette arcaiche, una testa fittile arcaica di «houros». Comunque, nelle tombe a camera, (di rito indigeno, siculo, per sepolture collettive o di famiglia) assieme alle ceramiche indigene, provenienti da forni del posto, si trovano oggetti e vasi tipicamente greci, così nelle tombe a sarcofago del tipo greco, presenti a valle e prospicenti a nord, accanto ad oggetti materiali corinzi ed attici, sono presenti oggetti tipicamente indigeni, quasi a dimostrare che l’usanza di riti funerari, esistenti in quel sito prima dell’arrivo dei greci, persiste con la loro presenza.Sappiamo ancora che Maktorion fu fondata da coloni di Gela guidati da Antifemo, fondatore della vicina Gela, proveniente da Rodi, in epoca non molto successiva al 690-688 A.C.; anno in cui fondò Gela assieme a Teline da Telo (gerofante o sacerdote di Demetra) ed Entimo da Creta.Infatti lo storico Tucidide (VI-4-3) e le Fonti Eusebiane ci dicono che coloni rodio-cretesi di Gela, guidati da Antifemo penetrarono pacificamente nell’entroterra gelese, occuparono Omphake e fondarono Maktorion.Questa tesi viene confermata da diverse fonti storiche remote e recenti. Infatti, Domenico Seminerio nel suo testo Morgantina a Caltagirone a pag. 18 dice testualmente: «Di Maktorion sappiamo che fu fondata da Antifemo, fondatore di Gela, senza che ciò comportasse guerra con gli indigeni» del luogo.Giuseppe Sorge nella sua Storia di Musso meli pone «Maktorion nella valle del fiume Gela ed inoltre che Maktorion si può considerare la prima vera sotto colonia di Gela, ove sappiamo che si rifugiò la plebe geloa» nella 82 Olimpiade e cioè nel 450 A.C.Le affermazioni di D. Seminerio e di G. Sorge trovano conferma in Piero Orlandini, il quale nella sua opera Onphake e Maktorion (in Kokalos VII° 1961 pag. 145-47) fa delle simili affermazioni. Lo stesso nell’opera L’Espansione di Gela nella Sicilia centro-meridionale (in Kokalos Vili0, pag. 77) dice «Sappiamo che a Nord di Gela esisteva una città, Maktorion che verso il 600 A.C. era già sotto il dominio di Gela dato che in essa trovò rifugio la plebe geloa oppressa dai Gamoroi «(nobili e ricchi coloni dorici, proprietari del suolo che accusarono la plebe, i cosiddetti Cilliri, di sedizione). Successivamente Teline, primo sacerdote degli dei sotterranei, uno dei tre fondatori di Gela, riuscì a ricondurre pacificamente i cittadini in patria, fiducioso nelle insegne della divinità, a condizione che i suoi discendenti fossero divenuti gerofanti (primi sacerdoti) delle dee; per come dice Erodoto al par. 153 del suo libro V110 delle Storie.Maktorion ebbe un lungo periodo di vita più o meno travagliata per le vicende e le controversie tra indigeni del luog& i siculi e i sicelioti, cioè i greci di Sicilia, per diverse ragioni.Maktorion, sottocolonia di Gela, successivamente aveva prestato aiuto a Siracusa, in quanto città dipendente da quest’ultima, al tempo delle insurrezioni dei siracusani contro il loro Governatore, il tiranno Trasibulo, successore dei suoi fratelli Gelone e Gerone.Essa già era stata coinvolta indirettamente nelle lotte tra Siracusa e Cartagine fin dal 480 a. C. Quando Amilcare Barca, figlio di Annone, re di Cartagine, era venuto in Sicilia per conquistarla per cui mosse contro i siracusani di Gelone e le città alleate, tra cui principalmente Agrigento, con la conseguenza della vittoria di Gelone a Imera. Qui Amilcare «nel fervore della mischia, veniva sopraffatto» (le sue navi bruciate e una massa imponente di Cartaginesi fatti schiavi) ed al dire di Erodoto nel suo Libro V110 par. 165, Amilcare «non lo si vide più in nessuna parte, nè vivo, nè morto, nonostante Gelone facesse fare dappertutto minuziose ricerche».Ma Cartagine non si rassegnò e nel 409 A.C. inviò in Sicilia un forte esercito guidato da Annibale, figlio di Giscone per vendicare l’esilio del padre Giscone a Selinunte e l’uccisione di Amilcare, precedente condottiero di Cartagine e suo ascendente.Annibale allora distrusse Selinunte ed Imera, ove furono trucidati 3000 cittadini, e continuò l’avanzata verso Agrigento, ove nel 406 a. C. mori di malaria.Allora, morto Annibale, Imilcone, comandante delle riserve, divenne il capo, e continuando, con ferocia, il progetto del suo predecessore assediò e distrusse Agrigento lo stesso anno (406 A.C.) e marciò contro Gela, fondatrice ed alleata di Agrigento. In questa avanzata distrusse tutte le città che incontrò tra cui Maktorion (oltre a Gela e Camerina) nell’anno 405 A.C.A questo punto non resta da dire che Maktorion greca è il Mactorium dei latini e non altro sito in territorio di Butera, proveniente dal fenicio Mactar.Infatti nel più antico documento, esistente presso la Biblioteca dei PP. Cappuccini di Mazzarino, Caleprni di F. Ambrosil Dzzionarium Septem Linguarum, Venetiis Apud Io Guerilium, 1622, a pag. 242 si legge: «Mactorium n. 2 decì. Maktorion urbis Siciliae, apud Stefanum» (cioè presso lo storico Stefano Bizantino).Non solo nella seconda parte del detto Calapino, o dizionario delle sette lingue avente il titolo di Novissimae Additiones Vocabulorum Prope Innumerabilium et censurae Circa Loca Geographica in Dictionarium Di Ambrosii Cala pini, l’autore Filippo Ferraio scrive «Mactorium - Hoc Mazzarino hodie dici putatur ad oram australem at Narum urbem a Pietra Prezia».Scrive l’Ingala, identificando Maktorion con Mac toium, che nell’assedio di Imilcone «Mactorium ebbe le mura rase al suolo, gli abitanti fatti a pezzi o dispersi, i suoi tesori rimasero sotto le macerie delle case, infranti gli altari e le divinità, rimanendo ai posteri solo il nome Mactorium».

Mazarzs Dia o Mazaridia (Epoca Greca, 385/343—212 a. C.)

Distrutta Maktorion-Mactorium per opera di Imilcone, i dispersi di Maktorion, dicono gli storici Gremio e l’Ingala, incoraggiati e guidati dal greco Polinero iniziarono la ncostruzione in altro luogo e con altro nome e cioè sul Monte Giblì, 4 km. ad ovest dell’attuale città e col nome di Mazaris Dia o Mazaridia; mantenendo del precedente nome solo il Ma (fenicio), prefisso di luoghi. Tale ricostruzione durò quarantadue anni e cioè dal 385 a. C. al 343 a. C. I motivi della nascita di questa nuova città greca vanno ricercati negli avvenimenti che si svolsero dopo la distruzione di Agrigento, Gela, Maktorion e altre città alleate di Siracusa, da parte di Imilcone cartaginese.Ciò in quanto Siracusa, per evitare altre stragi, chiese aiuto ai greci, che mandarono Timoleone da Corinto. Questi col suo esercito riuscì a sconfiggere Imilcone e gli altri tiranni, riuscendo a dare alla Sicilia l’antica libertà.Infatti ripopolò la Sicilia con colonie greche e fu allora che i dispersi Mactorini unitisi ad una colonia greca ricostruirono la loro città;trascorrendo vita più tranquilla per 173 anni, ossia fino al 212 A.C. quando venne distrutta nuovamente dai nuovi invasori dell’Isola: i Romani.

 

Macarina (Epoca Romana, 200 a. C. - 850 d. C.)

Essendo sorte delle guerre interne in Sicilia a causa del malgoverno dei vari tiranni, Messina mal soffrendo un assedio impostole da Gerone, (che da governatore di Gela era passato a governatore di Siracusa (246 a. C.) con l’aiuto dei Cartaginesi), chiese aiuto ai Romani, dando ad essi la possibilità di conquistare l’Isola.I Romani, sbarcando a Messina, costrinsero Gerone ad allearsi a Roma, mentre gli africani Cartaginesi a ritornare in Patria. Così in breve tempo si impadronirono di Agrigento (262 a. C.) e delle altre città, dando inizio alla prima Guerra Punica dal 263 al 239 A.C.Sotto i Romani la Sicilia fu teatro di guerre: distrutto ogni bene, civiltà, cultura, coltivazioni. Le città furono divise in tre classi: a) città confederate o libere, esenti dai tributi; b) città tributarie, cioè obbligate a pagare la decima dei loro prodotti; c) città vassalle o dipendenti come la nostra Macarina.Nella distruzione della città, Mazaris Dia non venne risparmiata, e quando fu resa stabile la conquista della gran parte dell’Isola, Roma per suo «Prescritto» diede ordine di ricostruire le città distrutte in luoghi diversi da dove si trovavano all’atto della distruzione; specialmente se esse sorgevano in siti non facilmente espugnabili.Perciò Macarina venne ricostruita dai superstiti di Mazaris, e da diversi Romani che vi sopraggiunsero, a 4 Km. a valle del Monte Gibli in contrada Piano-San Salvatore, verso il 200 a. C., come città vassalla.Da allora il suo stemma si fregia del Fascio dei Littori, con lance e picche accanto allo scudo, sormontato dal castello.Cicerone la chiama Macarinam, il suo territorio Macarensem ed i suoi abitanti Macarini. Macarina ebbe dei sontuosi templi con colonne a torciglione, imponenti costruzioni e due chiese ancora superstiti, di cui quella di San Salvatore chiesa parrocchiale e quella della Madonna delle Grazie, chiesa dipendente.Reperti archeologici sono stati rinvenuti anche in questo 1900, quali pezzi di colonne dei templi di allora; avanzi del cimitero romano vennero alla luce il 16 febbraio del 1893 ed il 3 maggio dello stesso anno nelle vigne del Sig. Don Antonino Bartoli.Ivi la città rimase a lungo e cioè fino a quando, a seguito del ritrovamento del quadro della Madonna col Bambino ed avente ai lati le sante siciliane, Sant’Agata e Santa Lucia, non si spostò lentamente nel sito ove si trova attualmente, ossia sulla collina ed a 1 km. a nord di Ma-carina, con il suo rione nell’attuale quartiere dell’Immacolata (fine 1300 inizio 1400).

Mazaranu (Epoca Araba, 859-1097)

Mazaranu fu il nome che la stessa Macarina ebbe con la venuta in Sicilia degli Arabi-Saraceni. Infatti sappiamo che il 23 gennaio dell’anno 859 D.C. l’esercito arabo capitanato da Al Abbas, nell’occupazione del territorio di Macarina, prima occupò il Castello e poi la città, ove trovò dimora il saraceno Aseph. Nel 1090 Mazaranu fu concessa in feudo al conte Ruggero Malatesta e dopo al cognato (fratello della moglie Adelaide) Enrico di Lombardia, Signore di Mazzarino, Conte di Butera e del Garsiliato.Mazzareno-Mazzarino (Epoca Normanna, 1097 - fine 1300) Nell’anno 1097 fu distrutta durante la conquista di Ruggero il Guiscardo, Normanno di Sicilia, e venne subito ricostruita nello stesso sito.Fra i signori successivi si ricordano Bartolomeo di Amalfi (1199).Con la morte di Enrico VI0 di Casa Sveva la Sicilia passa nelle mani di Federico 110 di Svevia, nel 1250 troviamo Signore di Mazzarino Manfredo Mangiolino, nel 1285 Qiovanni Mangiolino, nel 1287 Vitale Villanova, investito dal re Giovanni di Aragona.Nel 1292 la città fu concessa a Raffaello Branciforte, terzo signore della dinastia, in quanto lo precedettero nella famiglia Guglielmo e Stefano Branciforte. D’allora fino al 1635 rimangono signori i Branciforti, ultimo dei quali Giuseppe, a cui seguì il nipote e cognato Carlo Maria Carafa.

 

Mazarino - Mazzarino (Dal 1300 ad ogga)

A seguito del ritrovamento del quadro della Madonna col Bambino, e le due Sante siciliane (anno 1125), nella collina a circa un chilometro a nord di Macarina, e dopo la costruzione della prima chiesetta nel luogo del ritrovamento (anno 1154), ove esiste l’attuale tempio della Madonna del Mazzaro, la città pian piano si venne spostando sulla collina. Il primo rione sorse così nell’attuale quartiere dell’Immacolata.Sarebbe lungo in questo lavoro di sintesi e di notizie storiche descrivere tutte le vicende intorno alla vita ed alle opere che andarono sorgendo nel nuovo sito della collina. Un lungo periodo di splendore era iniziato ancor prima che passasse nelle mani dell’illustre benefattore C.M. Carafa.Venne curata l’istruzione religiosa e quella pubblica gratuitamente dagli ordini religiosi e specialmente dai Gesuiti, per testamento di Giuseppe Branciforte, nel collegio fatto costruire da lui e chiamato A ccademia degli studi.Durante il periodo delle società secrete a Mazzarino sorse una setta di carbonari che fronteggiarono validamente i soldati reg-i, qui inviati. Va anche ricordato che il 30-4-1848, allo scoppio delle prima guerra d’indipendenza, la classe popolare di Mazzarino insorse contro i nobili, assalì le carceri, il palazzo comunale, incendiando l’archivio comunale e quello notarile. L’ordine venne ristabilito dal 2 al 5 maggio dello stesso anno dalle guardie nazionali dei comuni limitrofi.Il 26 maggio del 1860, anno della liberazione della Sicilia dalla dominazione dei Borboni per l’impresa di Garibaldi, e dell’unità d’Italia, Mazzarino per mezzo di plebiscito si unì al Regno d’Italia. Angelo Pignato Mazzarinese partecipò a tale impresa.1117 dicembre 1944, a causa dei perenni dissidi fra il ceto padronale ed i contadini che chiedevano l’assegnazione di terre da coltivare, esplose l’odio dei riVoltosi, che distrussero, ancora una volta, gli archivi degli uffici comunali, saccheggiarono i palazzi dei baroni, dei nobili e dei feudatari del Comune.Dal 1948, inizio del periodo delle amministrazioni e-lette democraticamente, incomincia non solo la ricostruzione degli archivi, precedentemente distrutti, ma anche quella sociale, culturale ed economica del Paese.La città si estende nella direzione est-ovest, le cui coordinate geografiche sono 370/510 di latitudine nord e 38/46 di latitudine est.Possiede uno dei più vasti territori della provincia di Caltanissetta, con una superfice di Kmq, 293,96 pari a salme di terra 16628,590 nella misura locale.La sua temperatura media è di 17,50 c, di cui la minima in pieno inverno sui 3 0c e la massima in piena estate sui 320c, con delle punte tra luglio ed agosto che arrivano a 40° c all’ombra.La sua popolazione ha aumentato sempre più, tranne nel periodo dell’emigrazione dovuta a ragione di lavoro dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Infatti, per portare qualche esempio, nel 1652 gli abitanti erano 5748, al tempo di Vittorio Amedeo 0 8228, raggiunse quasi 20.000 abitanti prima di iniziare l’emigrazione nel nord Italia e in vari paesi esteri, riducendosi a 15018 ai nostri giorni.

 

ARCHEOLOGIA

MONTE LAVANCA NERA,

Necropoli sicula e tracce di abitato arcaico.

Lungo il percorso del fiume Disueri, ramo destro del Gela, sorge la montagna di Lavanca Nera, compresa tra il complesso montagnoso del Disueri, di Gibilscemi e del monte Formaggio.Durante i lavori di rimboschimento (1951), venne individuata una necropoli sul fianco meridionale della punta settentrionale.Salendo in direzione nord-est ci si avvicina al centro del ferro di cavallo che la montagna forma, la strada si ferma davanti ad uno sbarramento formato di pietre e terra a forma di aggere e quindi a scopo difensivo, di cui si conserva una buona parte sul lato meridionale, come conferma D. Adamesteanu in Notizie Scavi 1958, pagg. 383-387.Inoltre sulla piattaforma meridionale della montagna, quasi nell’area del punto trigonometrico, si osservano ancora le tracce di uno di quegli edifici sacri greci con basamento in grossi blocchi irregolari con qualche traccia di alzato in un muro a secco. L’Orsi chiama anaktora (abitazione del sovrano) e che l’Adamesteanu ha confrontato con quelli portati alla luce su Monte San Mauro e in particolare su M. Bubbonia nel 1955 e li definisce edifici sacri o sacelli, innalzati dagli indigeni siculi per l’immediato contatto con la colonia greca di Gela.La tomba venuta alla luce nel 1951 sul fianco meridionale della montagna era a camera, alta m. i e larga m.2, danneggiata da scavatori di frodo, conteneva i resti di due persone adulte.Il corredo fittile era costituito da due anfore (m. 0,24-0,23) due scodelloni monoansati (altezza m.0,08-0,14); un kotjle (alt. 0,08); tre Kothon, di cui uno con ansa serpeggiante di fabbricazione non indigena, molto probabilmente importato dalla Grecia; una pisside con manici rialzati; cinque oinochoe.Il corredo metallico era formato da otto perle biconiche in bronzo (lunghe mm. 17-20); due anelli di bronzo a sezione cilindrica (cm. 3-cm. 1); un bottone di bronzo (cm. 1); diversi frammenti di anelli di collana in bronzo.Tutto questo materiale come i cocci che si trovano un po’ ovunque nella pendice sud del monte, appartengono ai primi due decenni del VI sec. A.C.

GLI SCAVI DI SOFIANA

In località Pitrusa di Sofiana, 9 km. ad est di Mazzanno, sul terreno affiorano resti di ceramiche attiche, arabe e normanne, che testimoniano che il sito fu abitato dall’età del bronzo fino al tardo medioevo.Le campagne di scavi, guidate dal rumeno Dinu Adamesteanu hanno provato che in questa località sorgesse fin dai tempi romani la «Philosophiana» gelese, di cui si ha memoria nell’Itinerario di Antonino Pio, IV sec. D.C., presso il geografo Fil. Brezio e presso il Cluverio.Viene altresì avvalorata l’ipotesi che in questo luogo sorgesse la Statio Philosophiana come luogo di ristoro per i viaggiatori della via Katana-Agrigentum-Lilibeum (Catania-Agrigento-Marsala), o quelli della Gela-Henna, trovandosi detta stazione a 5 km. a sud della Villa del Casale di Piazza Armerina.L’edificio più importante comprende un impianto termale in uso fino alla metà del IV sec. d. C., con sovrapposizioni di età bizantina e medievale, nel V sec. probabilmente venne inserito un piccolo oratorio cristiano, absidato.In una porzione della copertura circolare del «Calidariùm», abitualmente a cupola,, è evidente la tecnica dell’opus laterzczum.Nel complesso si hanno 22 ambienti, nel 12° si è rinvenuto (1878) un tesoretto di monete di bronzo da Filippo l’Arabo a Costante (244-350), che da una parte presentavano due cavalli con un cavaliere, dall’altra una testa con un elmo sopra la scritta Roma.Tutte le strutture portate alla luce sorgono tuttavia sui ruderi di una costruzione precedente databile al I sec. D.C.La villa divenne sicuramente il centro di un esteso vi cus abbastanza popolato, come fa supporre il ritrovamento del 1872 nel Vallone del Canonico di una fornace di vasai ripiena di piccole forme piramidali in terracotta adatte presumibilmente alla pavimentazione.Nella zona si sono rinvenuti alcuni ceppi con timbri:FIL-OSOF-N.Proseguendo negli scavi, nel 1961, l’Ad amesteanu trovò pure i resti di una basilica paleocristiana «extra moenia», eretta nell’area del cimitero sud occidentale, più a valle del complesso termale e 150 tombe romane dal I sec. al VI sec. DC. e cristiane.Una di esse ha dato la lapide di un Attimis presbiteros ebreo.Tornando alla basilica paleocristiana si può osservare che è del V-VI sec. D.C., che è a tre navate, preceduta da portichetto e conclusa da un’abside semicircolare volta ad oriente.La planimetria odierna è la risultante di quattro fasi costruttive ben individuate, gli elementi originari (IV sec.) sono da ridursi soltanto absidee ed al muro mediano con quella che in un secondo tempo divenne la navata centrale (VI sec.).Questa aula è della stessa età di una cripta sud-occidentale esterna, ma oggi racchiusa nel muro della navata sud (Il metà circa del sec. VII). La cripta, è a due celle o tombe a camera, ha restituito ceramiche del periodo di Giustino; l’archeologo non precisa se si tratti del I o del Il di tale nome, ma entrambi del VI sec. D.C.. Infine, ma siamo già nell’età tardomedievale, venne eretto il portichetto a sud.

OPERE DI ARCHITETTURA,

PITTURA, SCULTURA.

PALAZZO COMUNALE

È l’ex Convento dei PP. Carmelitani, i quali vi si erano trasferiti alla fine dei lavori, nel 1673, provenienti dall’Eremo che Stefano Branc~forti aveva fatto costruire verso la fine del 1300 ai piedi del Castello feudale o «Cannuni». L’Eremo, da allora restò come ricovero di eremiti sotto il nome di San Corrado e col nome di chiesa di 5. Francesco di Paola fin dal principio del 1900.Questo Convento, con la chiesa annessa, il Carmine, fu fondato dal principe Giuseppe Branciforti (1619-1675), ma l’opera fu portata a termine dal Priore carmelitano P. Marco Ferranti, contemporaneo del principe Giuseppe.Si tratta di un vasto complesso artistico.Sulla sommità della torre campanaria fu sistemato l’orologio, prelevato dal campanile del collegio dei Gesuiti, in via Collegio.Sulla torre dell’Orologio, affiancata al campanile, si erge lo stemma antico di Mazzarino, in pietra intagliata, che reca un castello feudale, altri simboli di guerra e di forza ed inoltre l’epigrafe: «Nobile et vetustem oppidum». Uno stemma uguale, opera del concittadino scultore Santi Rigani, autore dello stallo esistente nella chiesa Matrice Santa Maria della Neve di Mazzarino, ornava il prospetto del Teatro Comunale, non più esistente, nel sito dello attuale Cinema Bartolotta. Dal 1868, in seguito al plebiscito di annessione dei vari comuni dell’Isola al Regno d’Italia, che a Mazzarino ebbe luogo il 26.5.1860, alla confisca dei beni della chiesa ed alla soppressione dell’Ordine dei PP. Carmelitani, il Convento, eccetto la Chiesa, divenne, ed è tutt’ora, la sede del Palazzo Comunale.Al centro della facciata oltre ai parapetti barocchi dei balconi, in ferro battuto, spicca una «Nike» di bronzo dalle grandi ali completamente spiegate, sotto la quale si legge a caratteri di bronzo «Murillo Sindoni fecit - Roma 1924» a ricordo dei mazzarinesi caduti per la Patria, durante il I° conflitto mondiale.

CASTEL VECCHIO O «CANNUNI»

Fu fondato presumibilmente in epoca romana.Si erge a 400 metri a nord deWattuale Mazzarino, sulla collina che domina la valle del fiume Braemi, a m. 590 sul livello del mare, mentre l’altezza del Castello è di circa 30 metri.Occupa una superfice di mq. 1159,37. Le mura esterne giravano per m. 186, calcolate sulla muraglia a bastione che cingeva l’intero Castello. Lo spessore delle dette mura era di m. 1,75 e quello dei torrioni, di cui uno tutt’ora esistente, di m. 1,88.Possedeva quattro torri cilindriche con merlatura guelfa: due minori ad est, in fabbricato massiccio e due maggiori ad ovest, con tre stanze ciascuna, sovrapposte l’una all’altra.Tutte quattro le torri erano incatenate con mura anch’esse merlate e il complesso aveva un aspetto rettangolare.L’ingresso principale, a sesto acuto, era sul lato ovest. Questo Castello viene menzionato fin dal tempo di Federico di casa Sveva (1194-1250).Nel 1396 re Martino 110 d’Aragona stabili, per il mantenimento del castello, la somma di 1.000 fiorini.Da ciò si deduce l’importanza strategica e militare del Castello, come sentinella avanzata a soli 26 Km., in linea d’aria, dal mare di Gela, per le popolazioni dell’interno dell’Isola.Secondo quanto scrive Pietro di Giorgio Ingala nello anno 1900 il Castello venne restaurato intorno al 1554 sotto il governo di Filippo d’Austria, ma in tale data deve intendersi Filippo 110 d’Asburgo, re di Sicilia.Nei periodi successivi il Castello servi da fortezza, torre di avvistamento, dimora dei vari signori di Mazzarino e fu sicuramente in quel periodo il più importante dei castelli tra quelli di Grassuliato, Gatto e Codrò, allora esistenti nella valle del Gela. Negli anni 1983-84, a cura dell’Amministrazione Comunale (sindaco Salvatore Impaglione), il Castello ha subito degli ulteriori lavori di restauro. All’interno è stato costruito un ampio anfiteatro per spettacoli e rappresentazioni.

CASTELLO GRASSULIATO «CASTIDDAZZU»

Allo stato attuale si può parlare soltanto di ruderi, anche se, come è stato dimostrato, di ruderi molto eloquenti.Fu fondato quasi sicuramente dai Romani, in contrada Salamone, agro di Mazzarino, a 354 metri sul livello del mare ed a 6 chilometri circa ad est dall’attuale abitato di Mazzarino, con il nome di «Arx Saliatum» ossia «Rocca dei Saliati o Salii», che erano 12 sacerdoti di Marte, dio della guerra, per primi istituiti da Numa Pompilio, secondo re di Roma, in onore di questa divinità pagana.Non deve andare dimenticato che sono moltissimi i documenti riguardanti il Castello. Il suo nome, Grassuliato fu definito probabilmente nella lingua degli Arabo-Saraceni. Nel più antico documento che lo riguarda, risalente al 1068, si dice che Bartolomeo Garsiliato, feudatario del Castello, in quell’anno ne venne spodestato dal conte Ruggiero il Normanno, che lo assegnò, assieme alla signoria su Mazzarino, al cognato Enrico di Lombardia.In un documento posteriore del 1091, che è una donazione manoscritta, appare in un elenco di baroni siciliani un «Salamon de Garsiliat», che in un successivo documento del 1098 è detto figlio di «Guigone de Garsiliat». È presumibile che da suddetto Salamon prenda il nome la contrada ove è ubicato il Castello.Nel 1162, per ordine di Guglielmo I il Normanno, il Castello viene distrutto e successivamente ricostruito con la tecnica medioevale e tratti propri dell’architettura sveva:su scosceso monte, salde mura, apertura a nord con arco a sesto acuto, vaste cisterne nei sotterranei, i quali portavano nella sottostante valle.Oggi i sotterranei sono allo stato franoso, mentre negli attuali resti del Castello si possono distinguere tre diversi gruppi di costruzione, disposti su piani diversi, risalenti a varie età, desumibili dalle diverse strutture dei muri e dai diversi materiali impiegati. A sud-ovest si intravedono i resti di una torre quadrata di m.4 di lato e tracce di altra identica all’angolo opposto.Sono anche presenti, in buona parte, i muri di una cappella per il culto cristiano, costruita in mattoni pressati, attaccata al lato sud della struttura muraria del Castello, dopo la conquista da parte degli Arabi del maniero e del casale «Gelasium» esistente, in quel tempo, attiguo al Castello.

TEMPIO DELLA MADONNA DEL MAZZARO

Nel 1090 Ruggero I il Normanno (1031-1101) nomina signore di Mazzarino il cognato Enrico, già marchese di Lombardia.Sotto la sua signoria, nel 1125, si dice che venne ritrovato «prodigiosamente» il quadro della Madonna col Bambino fra le Sante siciliane Lucia ed Agata, protetto in un vano appositamente scavato nel suolo. Il dipinto su legno, di stile greco-bizantino si ritiene pertanto che vi sia stato nascosto in seguito all’editto di Leone Isaurico che nel 726 aveva ordinato la distruzione delle immagini sacre (la iconoclastia).Nel sito del rinvenimento venne costruita una chiesett4, che fu rinnovata fin dalle fondamenta nel 1154, per volere del conte Manfredi di Policastro, che le assegnò ricche rendite e la volle più sontuosa, di stile greco, con ingresso a sesto acuto a sud.Durante i secoli il tempio subì vari rifacimenti, e fu raso al suolo durante il terremoto dell’il gennaio 1693 ed in quello del 1 settembre 1726.Promotore della ricostruzione completata nel 1792, attraverso le offerte del popolo, fu il cappuccino Rev. Padre Ludovico Napoli (1708-1764), autore di fatti prodigiosi e morto in odore di santità.Nella facciata a tre portali, sormontati da timpani ad arco, interrotta da lesene, spicca al centro una porta bronzea scolpita nel 1980 da Ernesto La Magna.Nei sette pannelli l’autore ha voluto rappresentare la storia della salvezza, narrandola attraverso richiami biblici fortemente simbolici: Chiamata di Abramo; 20 Chiamata di Maria; 30 Passaggio del Mar Rosso; 40 Battesimo di Gesù; 50 Terra Promessa; Chiesa Universale.

PROSPETTO DELLA CHIESA MATRICE

«SANTA MARIA DELLA NEVE»

Il prospetto del Duomo «Santa Maria della Neve» di Mazzarino, sebbene incompleto, è di stile dorico.Trattasi di opera grandiosa che venne iniziata, secondo lo storico Amico, dal Principe Carlo Maria Carafa verso il 1737 nello stesso sito ove sorgeva una chiesa dedicata alla Madonna delle Neve, fin dal secolo XV°. Prospetto della Chiesa Matrice "Santa Maria della Neve".Il progetto è dell’architetto Giuseppe Italia, venuto da Licata a Mazzarino, ove fissò la sua dimora per dirigere i lavori di costruzione.Dal disegno e dagli schizzi che fino al 1830 venivano conservati dalla famiglia dell’architetto, si pensa che la realizzazione doveva essere diversa; infatti non venne eseguita fedelmente, anche perché la parte superiore di detto prospetto, sembrò molto massiccia ed elevata e quindi facile a rovinare. La finestra centrale del prospetto, che trovasi sopra il copertizio della chiesa, era prevista all’interno del Duomo per illuminarlo sufficientemente.Tale prospetto frontale avrebbe dovuto avere ai lati superiori esterni due orologi, i quali si sarebbero appoggiati sopra due bassorilievi ad intaglio, dei quali quello sulla destra del frontespizio raffigura Adamo ed Eva, quello sulla sinistra, mancante, avrebbe dovuto raffigurare Caino ed Abele.Avrebbero dovuto decorare tale prospetto frontale n. 12 Apostoli, mentre si evidenziano n. 5 inquadrature destinate ad altrettante iscrizioni e n. 6 nicchie per collocarvi dei mezzibusti e delle piccole statue.La sistemazione architettonica definitiva fu curata successivamente dal concittadino architetto Giuseppe Ferrara.La maestranza lavorò sotto gli ordini del muratore mazzarinese Matteo Buccola, mentre l’onere finanziario venne generosamente sostenuto, oltre che dal popoìo, dal Sac. Don Andrea Bartolotta, il cui volto in pietra venne collocato sopra l’esterno della navata destra nell’anno 1844, quando fu completata l’opera. Degno di attenzione, ivi, fra le altre opere il monumento funebre del 1907, in marmo bianco, per il concittadino Mons. Gaetano Quattrocchi, vescovo di Mazzara.

CUSTODIA DELL’ALTARE MAGGIORE

NELLA CHIESA DEI CAPPUCCINI

Prima di parlare della Custodia dell’Altare Maggiore il cui valore rimane inestimabile, è opportuno accennare al sito, ove trovasi.Il Convento dei Cappuccini fu fondato nel 1574, a spese del Barone Rivalora di Mazzarino, mentre la Chiesa preesisteva al Convento, essendo stata fondata al tempo di Macarina, nel 1120 e dedicata a Maria SS. Delle Grazie.Trattasi di chiesa a due navate: quella centrale e quella di sinistra determinata da tre cappelle comunicanti tra loro.La porta maggiore e le finestre della chiesa, attualmente in forma rettangolare, erano precedentemente di stile gotico, il soffitto era in legno di abete, convergente ad angolo acuto, fu rifatto in muratura nel 1864 da Padre Bongiovanni da Mazzarino, allora superiore del convento.Tra le opere d’arte che vi sono conservate è opera meguagliabile la Custodia del Santissimo sull’Altare Maggiore. Ha la forma di un tempietto a due piani. L’edicola, a cupola, è sormontata da un Crocifisso d’avorio che spira un intensa drammaticità dal corpo martoriato.L’opera è stupendamente intarsiata con madreperla, osso, corallo, avorio, tartaruga e con legno di ebano, mirto, ciliegio, rosa ecc.Sottili arabeschi e volute barocche impreziosiscono i simboli della fede cristiana e dell’ordine francescano. Fino all’anno 1976, 3 agosto, data di un furto, detta Custodia era ulteriormente abbelita da: una statuetta di legno di bosso alta cm. 20 raffigurante l’Immacolata, quattro statuette dello stesso legno, alte cm. 15, raffiguranti San Francesco, 5. Antonio da Padova, San Felice da Cantalice,S. Ignazio da Làconi, come pure da due statuette in terra cotta raffiguranti altri Santi.Tutto l’insieme fu opera geniale di Angelo Maria Gagliano, frate laico cappuccino (Mazzarino 1743-1809), che vi lavorò per diciotto anni, tre dei quali spese esclusivavamente per la porticina del tabernacolo.Aveva preparato da se stesso con mano mancina, ma con pazienza cenobitica anche gli strumenti che avrebbero permesso la realizzazione di un’opera tanto ingegnosa e singolare fin nei minimi dettagli.

IL COLLEGIO

Il Collegio, la Chiesa e l’Oratorio dei Gesuiti costituiscono un magnifico complesso architettonico, i cui lavori iniziarono nell’agosto del 1694, per volere del conte Carlo Maria Carafa (1646-1695) che nel suo testamento lasciò 1500 scudi annui per la costruzione e la successiva conservazione.Colto e magnifico mecenate egli incaricò i Gesuiti dietro dotazione di 204 ducati di impartirvi l’istruzione gratuitamente, come avvenne fino all’ottobre 1890.I Gesuiti, nel 1718, dedicarono la Chiesa a 5. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Soppressa la Compagnia stessa definitivamente nel 1767, il Collegio dovette sottostare a diverse vicende: fino al 1820 rappresentò la Chiesa Madre, fu sede municipale dal 1848 al 1867 e caserma dei Carabinieri dal 1860 al 1867. E' acroce latina, con tre navate, corrispondenti ai tre portali d’ingresso, otto colonne, sedici finestre, cinque altari e nove cappelle.Il portale centrale, con capitelli compositi, ha il timpano ad arco spezzato, con al centro lo stemma dei Gesuiti, sormontato da un corona. Tutte le decorazioni sono in pietra intagliata.La Chiesa è molto ricca di iscrizioni, epigrafi, stemmi, ritratti, tra cui uno con epigrafe di Carlo Maria Carafa.Possiede tele e lapidi sepolcrali del barone Giovanni Tommaso Strazzeri che aveva abbellito e donato doviziosamente la Chiesa di ricchi arredi, di Niccolò Li Perni e la tomba del sacerdote mazzarinese Don Antonino Zanchi, che tra il 1718 ed il 1739 vi fece sistemare un grandioso organo.Nel 1817 vi si istitui, per concessione del pontefice Pio Villa Pia Unione del Sacro Cuore di Gesù, nel 1878 la Confraternita dei Luigini e nel 1890, per concessione di Leone XII, la Confraternita del Preziosissimo Sangue di Gesù. Nel 1697, nell’Oratorio annesso alla parte est del complesso architettonico, si era già insediata la Confraternita SS. Sacramento e di Maria Assunta.

CHIESA DEL SIGNORE DELL’OLMO

Risale al periodo normanno (come quelle del 5. Salvatore e di 5. Maria delle Grazie in Macarina, penultima sede di Mazzarino) ed era intitolata alla Madonna dell’Ordigitria, in seguito Itria.Nel settecento fu restaurata e dedicata al SS. Crocifisso dell’Olmo, che fino a quell’epoca era stato il patrono di Mazzarino.Il Crocifisso che vi si venera, alto poco più di un metro, è opera normanna.La sua festa è menzionata già prima del 1125, ma nel modo caratteristico odierno avviene in seguito al voto del popolo per non aver subito danni gravi durante il terremoto dell’il gennaio 1693, che tuttavia rase al suolo la detta Chiesa.Nel 1756, il marchese messinese Filippo Bivona la fece ricostruire come testimonia l’iscrizione sulla porta a sud, internamente. Egli fu sepolto nel sarcofago, spoglio e lineare, a destra dell’ingresso principale.La costruzione primitiva era di stile siculo-normanno, con apertura a sesto acuto ed a travi istoriate; la volta attuale è a tre navate. Vi sono collocati sette altari.I sei altari laterali hanno delle tele, di cui almeno quattro di pregevole fattura, risalenti al cinquecento.L’acquasantiera della Maddalena è firmata da Pietro Spenosa, palermitano - 1775, essa è ciò che resta della chiesa precedente. Per lavorazione e disegno è probabile opera gaginesca.Il suo campanile con rivestimento a mosaico di mattoni smaltati è simile a quello della chiesa San Giuseppe.

SARCOFAGO DI GIOVANNI Il BRANCIFORTI

Nella chiesa del Carmine furono trasportati, dall’Eremo dei P.P. Carmelitani, i sarcofaghi di Giovanni IV° Branciforti, conte di Mazzarino e di Grassuliato (1532-1555, simile a quella di Federico Il di Svevia, nella Cattedrale di Palermo) e della moglie Dorotea Barresi di Pietraperzia (1528-1591). Invece in una cripta dell’atrio a pianterreno, nel chiostro dell’attuale Palazzo Comunale, venne sistemato il sarcofago di Giovanni II° Branciforti, morto giovane, come testimonia l’epigrafe del 1452. Fu fatto eseguire dal fratello Melisse nel 1471 in finissimo marmo bianco. La sua scultura, per tradizione e per l’analogia con altre opere, si fa risalire alla squisita manifattura di Domenico Gagini. Come altri sarcofaghi esso presenta un bassorilievo sul coperchio raffigurante il corpo del defunto, ricco nei particolari del suo raffinato abbigliamento. La fascia frontale è abbellita da rilievi allegorici delle tre virtù teologa-li, tra festoni e racemi, agli estremi vi sono stemmi dei Branciforti. Il Mausoleo, alto circa 5 metri, è completato da altri bassorilievi: mezzibusti della Madonna e di Santi e statuette delle altre 4 virtù. Essi sono allineati sotto un arco, pure in bassorilievo istoriato, che si stacca dalla parete cui è addossato il sarcofago.

CHIESA DELL’IMMACOLATA

I limiti di spazio non consentono di dilungarci sull’antichissima Chiesa dell’Immacolata, così chiamata per via della magnifica tela della Concezione che reca la scritta «Philippus Paladini pingebat, anno 1606», ma che prima era dedicata a Maria SS. della Catena.Le altre opere, tra cui l’organo scolpito da Gaetano Nicastro Gatto e sei grandi tele sono pure di un certo pregio, di buona fattura e firmate da bravi mazzarinesi come Don Giuseppe Quattrocchi ed il Cav, Giovanni Perno Moscato.Moltissime altre opere sono, conservate nelle chiese e negli edifici di Mazzarino, ma il nostro lavoro non prevede un elenco analitico di esse e la descrizione di tutte. Il nostro breve inventano si completa così con un’opera, ammirata in una chiesa di Mazzarino.

L’ANGELO

L’Angelo, presentato nel dettaglio, in marmo pregiato dell’altezza di metri uno circa e reggente un candelabro, trovasi posto sul lato destro dell’altare maggiore di S. Stefano della Chiesa del Carmine, che sorge lungo il Corso Vittorio Emanuele a Mazzarino, attigua al Convento dei Carmelitani, oggi Palazzo Comunale.E simile anche nella fattura all’altro Angelo, che orna il lato sinistro dell’altare.Entrambi vengono attribuiti allo scultore Giacomo Serpotta (1656-1732).ur esistendo, nello stesso altare, due statue allegoriche su piedistallo e le teste di tre angioletti di buona fattura, sul paliotto, nessuna di queste opere presenta la magnifica arte dell’angelo riprodotto nella foto.

CENNI STORICI DEL SS. CROCIFISSO DELL’OLMO

E SULLA PROCESSIONE

Di questa chiesa si hanno notizie in vari manoscritti, dove si ricorda che l’antica via maestra la metteva in comunicazione con la chiesa di 5. Agata, molto prima che le frane l’avessero tratta nel vicino burrone.Eretta nel secolo XII dai Normanni, fu dedicata alla Madonna dell’Itria: ne fa fede l’iscrizione su una campana, oggi esistente nell’attuale campanile: «Sancta Maria de Itria, ora pro nobis».Sembra però che fin da quel tempo esisteva il Crocefisso, venerato tuttora, il quale fino al secolo XVIII era il patrono della città, mentre dal 1814 in poi, fu proclamato Compatrono insieme alla Madonna del Mazzaro. Questa chiesa si conservò intatta fino al 1692, quando andò in rovìna a causa del terremoto di quell’anno.C’è da chiedersi però come mai il titolo oggi non sia più Madonna dell’Itria, ma SS.mo Crocifisso dell’Olmo; la storia a questo punto tace ed è la leggenda che tende a spiegare il cambiamento della dedica.Secondo questa leggenda, una banda di malandrini, provenienti da Piazza Armerina, in epoca non precisata, penetrarono in detta chiesa, notte tempo, per asportarvi il Crocifisso: uno di essi avendo con sè una verga di olmo la fissò davanti alla chiesa. Essa prodigiosamente germogliò, mentre perpetravano il delitto e divenne albero. I ladri accortisi dell’albero così inaspettatamente spuntato, credendo di trovarsi in un altro luogo, per non essere scoperti lasciarono il bottino e fuggirono.Col tempo l’albero crebbe e rimase lì fino al 1880, anno in cui il monaco D. Luigi Farinello, per dare più aria alla chiesa, lo fece divellere.Tornando alla storia si apprende che il marchese Filippo Bivona, messinese, nel 1756 ricostruì il tempio distrutto dal terremoto, dalle fondamenta.Una lapide di marmo situata sopra la porta di mezzogiorno, reca l’iscrizione di quanto il Bivona fece nell’erigerla.Tale chiesa, ricostruita a tre navate, divise da quattro colonne cilindriche, presenta sette altari compreso il maggiore, ma con le mense ricche di pregevoli marmi. Dallo stesso marchese fu innalzata una torre con il campanile a forma di cono, su cui un fulmine si abbattè nell’agosto del 1874, facendola rovinare, ma nel 1881 fu restaurata.Nel 188... a cura del rettore D. Gaetano Quattrocchi la chiesa fu decorata di nuovi stucchi e bassorilievi eseguiti dai fratelli Fantaguzzi di Barrafranca.In detta chiesa nel 1881 s’impiantò la confraternita, la. cosiddetta Bara. In realtà si ha notizia dell’esistenza di una confraternita fin dal 1125 ma questa, però in seguito al terremoto nel 1693, che distrusse la chiesa, fu trasferita nella chiesa di Santa Sofia.La prima domenica di maggio già prima del 1125 si faceva la processione col fercolo del SS. Crocifisso delle Grazie, oggi dell’Olmo, già fin da quel tempo patrono di Mazzarino. La consuetudine di essere portato processionalmente per le strade nel giorno della festà, da uomini ignudi coperti da un camice bianco, e l’offerta di corone di margherite gialle lanciate al suo passaggio, fu introdotta dacché il terribile terremoto del 1693 devastatore della Sicilia, risparmiò la città da gravi disastri: e ciò fu per solenne voto perpetuo stabilito dal popoìo e dal Magistrato cittadino che in tal giorno accompagnava con torce accese il simulacro del Crocifisso.

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Queste schede, ben lungi dall’esaurire l’argomento che dovrebbe parlare ai lettori, specie mazzarinesi, degli artisti più o meno celebri che hanno operato nella nostra Città, delle opere più o meno note, degli interventi per restauro (forse l’unico sul cassettone ligneo in 5. Maria di Gesù, effettuato dai fratelli Vincenzo e Giuseppe Li Destri, dove si legge «Magister Felix Farruggia, anno Domini 1753» delle opere che mani empie ci hanno rubato, di opere andate in rovina, come la Chiesa del Collegio, della quale ci resta l’inventario di ciò che conteneva; queste schede, dicevamo, vogliono soltanto contribuire a fare conoscere in parte il passato di questo antichissimo centro, ove le varie civiltà, che si sono succedute nell’Isola, hanno lasciato le loro testimonianze, di cui molte scoperte e tante altre ancora da scoprire.Vogliono, altresì, stimolare i lettori del presente lavoro ad approfondire il discorso sinteticamente condotto fin qui attraverso la consultazione e lo studio delle opere citate nella seguente bibliografia ed attraverso un lavoro personale di ricerca e, ove possibile, di verifica mediante la lettura dei preziosi documenti esistenti, che, purtroppo, vanno scomparendo per via di scavatori di frodo, tombaroli e frequenti ruberie.Ci fa sperare, per quanto riguarda il futuro, il fatto che a tutti è ormai nota l’attualità ed il risveglio che nel campo sociale, specialmente dietro l’impulso dato dalla Scuola e dalle altre Associazioni Culturali, come Archeoclub, stanno subendo i beni culturali, artistici ed ambientali in genere.L’uomo moderno infatti, che ultimamente si era estraneato dal centro storico per ragioni che sarebbe troppo lungo dibattere qui, è passato ora alla rivalutazione e più spesso alla scoperta di tale patrimonio, senza del quale non si può parlare di civiltà.